“VISIONI ITALICHE”, UN LIBRO DEL 1904

IL TAVOLIERE INFUOCATO E IL GARGANO

 

 

UN LIBRO D’ARTE

In uno dei suoi libri, dedicato ai viaggiatori che hanno fatto tappa nella nostra Puglia, lo studioso Michele Vocino segnala, tra gli altri, Giulio Ferrari, pittore e docente di discipline artistiche. A lui si deve un libro di gran mole e decisamente lussuoso, intitolato “Visioni italiche”, del 1904, pubblicato dalla Hoepli di Milano, che dedica un capitolo alla nostra terra.

Il testo non è conservato nella Biblioteca Provinciale di Foggia e sul mercato antiquario costa intorno alle 200 euro, ma qualche tempo fa, con un po’ di fortuna, abbiamo acquistato, da un libraio tedesco, ad un prezzo molto più abbordabile, una copia da rilegare, anche se completa in ogni sua parte. Il che ci offre ora l’occasione per parlarne.

         Il nome di Giulio Ferrari è incluso nel Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani, a conferma del suo rilievo. Nato a Reggio Emilia nel 1858, da una ragguardevole famiglia del luogo, ha insegnato in varie città, tra cui anche Foggia, dove ha prestato servizio presso una scuola normale. Terminò la sua carriera come docente di decorazione pittorica nella scuola superiore d’architettura di Roma, spegnendosi nella capitale nel 1934.

        Ferrari ha al suo attivo numerosi libri, ricchi di illustrazioni, che realizzava di persona, com’è facile comprendere, dedicati all’ambito delle arti, dalla scenografia all’architettura rusticana, dai pavimenti in laterizio alle tombe nell’arte italiana.

In “Visioni italiche” egli ha racchiuso una serie di capitoli di viaggio, 12 per la precisione, frutto di esperienze fatte in diversi periodi. L’opera, in quarto, conta di circa 300 pagine, includendo la prefazione, indicata con numeri romani, ed è abbellita da 310 disegni e dipinti dell’autore. Ben 41 sono le tavole a tutta pagina. Si capisce che il pittore Ferrari non ami la riproduzione fotografica, contro la quale prende esplicita posizione, in nome dei diritti della fantasia artistica; d’altra parte, è difficile immaginarsi una posizione diversa.

Tema unificante del volume è la preferenza per zone meno conosciute ma ugualmente significative della nostra Italia, come si legge in apertura: “Rievocare alcuni luoghi meno noti d’Italia, ove sono pure grandi bellezze e grandi memorie, additare sentieri quasi ignorati, ricordare che ci sono ancora molti angoli del nostro paese che bisogna amare, curare di più […] ricordare tutto ciò come meglio da me si poteva, con animo schietto, senza snervanti ottimismi ma anche aborrendo da più snervanti pessimismi, è scopo di questa modesta raccolta di note e disegni…”.

         Le mete scontate lasciano spazio ad itinerari più singolari. Le tappe sono disposte in ordine geografico, dal Sud verso il Nord. Si inizia con i tre capitoli dedicati alla Sicilia, che Ferrari conosceva bene, per avervi insegnato, per poi risalire lo stivale, fino al Piemonte dei Savoia, padri dell’unità italiana, per i quali l’autore ha una grandissima stima.

La posizione politica del Ferrari appare subito evidente: egli è un liberale del periodo post-unitario, convinto che la giovane nazione va aiutata a crescere, senza eccessi, ossia senza prestare il fianco alle posizioni socialiste, da una parte, e clericali, dall’altra. Di qui il suo invito ad agire, senza retorica ed impazienze, di qui anche la sua esaltazione della iniziativa privata, di fronte alla richiesta di riforme calate dall’alto, alle leggi che non risolvono i veri problemi.

    

         UNO SPETTACOLO IMPRESSIONANTE

Ma veniamo al capitolo che ci riguarda più da vicino, che è il quarto, intitolato “Nel piano infuocato, sul Gargano, in viaggio per Roma”. Il primo riferimento è, ovviamente, al Tavoliere delle Puglie, che colpisce con forza l’immaginazione di Ferrari, il quale apre la sua trattazione parlando dei progetti relativi all’acquedotto pugliese. L’acqua sta per arrivare, scrive l’autore, ed è un evento epocale che cambierà il volto del deserto che circonda Foggia. In realtà l’acqua arriverà molto dopo il 1904, ma questo è fin troppo noto.

Ferrari si trova di fronte ad un “quadro” impressionante: “Quella pianura enorme, allorché su di lei si accavallano le nubi gigantesche o quando la flagella il sole che fa salire il termometro alla temperatura di Massaua, ha aspetti solenni. Rarissime le case, gli alberi meschini, quasi spaventati in quel deserto e chiedenti pietosi altri luoghi meno infernali”. Lo scrittore-pittore parla, per rendere ancor più efficacemente lo scenario che si presenta ai suoi occhi di viaggiatore, di una terra “che sembra tenere sotto di sé un vulcano”.

E’ una terra strana, la Capitanata, dove la morte e la vita sono a stretto contatto e il grano si conserva in fosse che ricordano quelle di un cimitero. Ferrari si imbatte in esse a Foggia, ma avrebbe potuto fare la stessa esperienza anche in altri comuni della provincia.

I rivolgimenti che hanno modificato in profondità il volto del Tavoliere, con il passaggio dalla pastorizia all’agricoltura, vengono ripercorsi sulla scorta dell’opera di Antonio Lo Re “Capitanata triste”, del 1896, lasciando spazio all’esistenza di note positive nell’ambito agricolo, che riguardano anche San Severo, cuore della coltivazione dell’uva. Ferrari scrive che  “la plaga di S. Severo è meravigliosa di vigneti”, ricordando in questo modo il ruolo di capitale del vino assunto dalla città dell’Alto Tavoliere, la “pampinea San Severo”, come la definisce in un passo, tra gli altri, Alfredo Petrucci.

     San Severo appare, in fondo, come una sorta di oasi in un deserto che continua fino alle falde del Gargano, dove l’autore si dirige.

Da Foggia a Manfredonia egli viaggia in treno, ma poi deve servirsi della famigerata diligenza, che lo porta nel tradizionale cuore sacro dello sperone della penisola. La fantasia del pittore trova ovunque dei soggetti per trasformarsi in disegni e dipinti che, però, qui come altrove, appaiono un po’ troppo essenziali e schematici. In fondo, si tratta di un semplice surrogato della fotografia.

A Monte Sant’Angelo Ferrari, che non apprezza i residui di fede medievale in cui si imbatte, non si lascia sfuggire una tirata antisocialista, soffermandosi sulla “demagogia parolaia” di un deputato socialista e contrapponendo agli operai filosocialisti del luogo quelli filoliberali, riuniti nel nome della Regina Elena.

A Peschici, invece, dove giunge di notte, egli nota con doloroso stupore che numerose persone vivono in grotte, fornite di numero civico. Uno spettacolo indegno, che andrebbe subito eliminato. Ferrari si chiede: perché non intervengono i monaci di Monte Sant’Angelo? “Una veramente evangelica azione del centro religioso del santuario garganico di Montesantangelo liberamente e francamente unita a quella che può dare il laicato non potrebbe esplicarsi efficacemente sopra terre feconde, così che non si presentasse più il tetro spettacolo di un cimitero monumentale fastoso accanto ad abitazioni per vivi peggiori delle tombe?”. C’è molto da lavorare, insomma, per eliminare certe piaghe, prediligendo la concretezza dei fatti al rumore sterile delle parole.

Lo scrittore-pittore non tralascia di sottolineare anche le responsabilità di Foggia, capoluogo naturale del Gargano, invitata a svolgere un ruolo più energico e fattivo.

Dopo queste affermazioni, che si spiegano agevolmente con le già evidenziate posizioni politiche di Ferrari, il viaggio prosegue al di là della Puglia, verso la Campania, in quella che è la terza ed ultima parte del capitolo.

Nel complesso, l’elegante e singolare libro di Giulio Ferrari continua a mantenere vari motivi d’interesse, offrendo un ritratto abbastanza veritiero della nostra terra all’inizio del Novecento.

 

Torna ad Archivio Letterario Pugliese