AVEVA 83 ANNI

LA SCOMPARSA DI EMANUELE ITALIA

 

            Si è spento lo scorso 20 luglio, ad 83 anni, Emanuele Italia, autorevole figura di intellettuale della nostra terra. Lo ricordiamo con l'articolo, apparso sui "Quaderni dell'Orsa", che gli abbiamo dedicato in occasione del suo ottantesimo compleanno.

 

I- NEL NORD DELLA PUGLIA

 

        Quando pensiamo allo scrittore Emanuele Italia, la nostra mente ritorna subito ad un anno in particolare, il 1956. Noi non eravamo ancora nati, ma lui calcava già la scena di questo mondo e, per giunta, aveva appena vinto il concorso ordinario per insegnare Filosofia negli Istituti superiori. Un evento importante nella sua carriera di docente. Le sue preferenze vanno ad una qualsiasi sede del Nord o del Centro, ed in effetti verrà accontentato: la sua destinazione sarà San Severo, che è pur sempre il capoluogo dell’Alto Tavoliere, nel Nord della Puglia.

         Inizia così la sua lunga parentesi nella città dei campanili, dove continua a vivere e a riscuotere la stima di molti intenditori, a partire dagli ex alunni del Magistrale “Pestalozzi”, che lo hanno avuto come severo ma giusto docente. Non sono mancate, del resto, le attestazioni di valore da parte di critici di rango nazionale.

         Ma prima del 1956 c’è un’altra data memorabile, ed è il 1927, anno della sua nascita. Italia, in altri termini, è giunto al giro di boa degli 80 anni, e questo ci spinge a dedicargli le pagine che seguono, nelle quali ricapitoleremo il suo cammino di scrittore.

         Nato a Camerino, nelle Marche, da Nicolò, professore di Scienze, e Eldenia Mugnoz, laureata in Farmacia, vive un’infanzia non molto felice, grazie anche ai frequenti spostamenti ai quali è soggetto il padre, sospettato nel Ventennio di origini ebree. Dopo Camerino, Cividale del Friuli, Milano, Adria, Serra de’ Conti e Senigallia, approda a Brescia, dove si diploma al Liceo classico. Si iscrive poi all’Università di Pavia, conseguendo la laurea in Filosofia, con una tesi su Kant.

         Dopo un triennio di insegnamento a Zavattarello, in provincia di Pavia, arriva il grande salto nel Meridione, in quella città del Tavoliere che doveva rappresentare l’ennesima tappa del suo vagabondare di professore, ma che resterà il suo approdo definitivo. Come non pensare, a tal proposito, a Il deserto dei Tartari di Buzzati? La realtà supera, come sempre, la finzione letteraria.

         Italia non è più andato via da San Severo, dov’è rimasto anche dopo il pensionamento, ma resta da vedere se sia mai giunto qui da noi. Egli, infatti, è sempre rimasto un personaggio atipico, con i suoi orari così poco meridionali, con le sue abitudini silenziose e riservate, con il suo fondo di riflessioni cupe.

         Di questo suo modo di essere sono una spia infallibile i suoi libri, che privilegiano i temi esistenziali ed universali. La sua produzione è un lungo, ostinato ed insistito corteggiamento del Nulla, un dialogo negato, ma nonostante tutto reiterato e protratto. Italia, insomma, batte alle porte del Nulla, sin dal suo primo verso, e continua a farlo, rinfacciandogli la nostra condizione umana, lamentando il nostro dolore, confessando il desiderio e insieme il timore di morire.

          La risposta non arriverà mai, e lui lo sa bene, ma il suo pessimismo non è mai tanto cupo da togliergli la forza, da fargli cadere le mani di fronte al foglio bianco. Di conseguenza, i suoi libri continuano a scandire il tempo, da oltre vent’anni, dando vita ad una produzione di alto livello, che merita una notevole considerazione.

Italia ha pubblicato poesie, racconti, atti unici teatrali, senza concedere mai nulla al romanzo, ritenuto un genere tipico di altre epoche e di altre certezze, che si contrappone nettamente alla sua arte, amante delle illuminazioni e delle concentrazioni narrative.

 

II- LE DUE PRIME RACCOLTE

 

La sua prima raccolta, Sarà di soli un’esplosione, edita nel 1985 dalla Bastogi di Foggia, contiene versi e racconti. I modelli che Italia sente più vicini sono, nell’ambito letterario, Leopardi, specie quello delle Operette morali, e Montale, in particolare quello degli Ossi di seppia, ai quali vanno affiancati i filosofi Kierkegaard e Schopenhauer.

La scrittura nasce come bisogno di testimonianza, come speranza, subito accompagnata dalla disillusione, di lasciare un segno di sé, nella fatale corsa verso il nulla degli uomini.

I suoi versi liberi, che hanno assimilato la lezione dei maestri del Novecento, sono di solito di breve respiro, con immagini dense e concentrate, alle quali si aggiungono talvolta allusioni e citazioni dotte. Si tratta, nel complesso, di una poesia non facile, ma che non si rifugia nell’oscurità, né tanto meno mira a nascondere contenuti altrimenti banali.

Queste liriche sono ricche di momenti pregevoli, che rendono con originalità temi antichi, come in A mia madre, dove si ritrova la problematicità dei rapporti umani, la difficoltà nel comprendersi che ha avvelenato e avvelena ogni relazione, compresa quella tra madre e figlio. Altrove, poi, spiccano delle belle descrizioni naturalistiche, sottili variazioni sui propri stati d’animo, amare disillusioni, accompagnate con naturalezza da fini allusioni letterarie.

 Non mancano ricordi di città e luoghi lontani, che non offrono una via d’uscita dal male di vivere, e dunque non sono visti con struggente nostalgia o con un acuto rimpianto, ma sono comunque occasioni di poesia, richiami di un passato che il poeta porta con sé ed evoca. I luoghi più cari sono quelli di Brescia e di Pavia, presenti anche negli otto racconti, come in Un amore?, che rappresentano la naturale conclusione del suo primo volume, esprimendo la stessa concezione di fondo.     

Tra tutti, segnaliamo il brevissimo ma intenso Idillio, posto proprio a conclusione del volume. E’ la descrizione della natura marchigiana, in una mattina domenicale, colta in un istante di grazia: “In molti punti la terra è arata di fresco e le zolle qua e là macchiate da mucchi di letame fanno più intenso l’argento degli ulivi. I colori - finché il sole dura - non sono colori, ma luci, bagliori, brillii, luccichii”. 

E’ un momento disteso, in cui il pessimismo si placa per far emergere delle grandi doti di sensibilità e un notevole dominio della lingua, piegata a rendere ogni effetto, con una parola inconsuetamente lieve e pregnante. Forse è proprio questo, in assoluto, il suo libro più riuscito.

Due anni dopo Italia darà alle stampe la silloge Lettera di dimissioni, per i tipi della Cappelli di Bologna. Si tratta di 13 racconti in cui la visione dell’autore appare più cupa e la pagina, più costruita, rivela con nettezza il suo intento demistificatorio, il suo bisogno di sgombrare il campo dalle apparenze per cogliere la verità delle idee e dei sentimenti. Italia non si abbandona mai al gusto della pura narrazione, riportando a galla sempre i suoi interessi, che lo spingono a rendere le cose dei simboli, dei tramiti che rinviano al vuoto nel quale si muove l’uomo.

           Questo gusto filosofico è tipico del Nostro. Un esempio per tutti è dato da Le oche, rappresentazione di un mondo in cui i palmipedi, diventati sempre più arroganti, regnano su di una realtà indolente; una strana pioggerellina cade ininterrottamente da ottocento giorni; il paesaggio è stravolto da immensi funghi. L’umanità, insomma, lascia intendere l’autore, è profondamente corrotta, anche se i più non sembrano accorgersene.  

 

               

 

 III- TRA POESIA E TEATRO

 

      A distanza di ben 10 anni, nel 1997, lo scrittore dà alle stampe la ricca raccolta di versi Elogio del Caos e del Nulla (Press art, San Severo), in cui il suo pessimismo resta una nota costante, amplificata da una tendenza alla scarnificazione verbale, alla riduzione all’essenziale, tra strade vuote o angosciose, contemplazioni della morte, reazioni iconoclastiche, abbandoni al fascino del paesaggio.

       L’anno dopo è la volta della silloge poetica Del vario inganno e dell’indugio (“All’insegna del Cinghiale ferito”, Apricena), che contiene opere scritte tra il 1985 e il 1995, riprendendo anche alcune composizioni già edite. Il libro conferma la vitalità della sua vena, offrendo dei momenti davvero molto belli, come in questa luminosa ed essenziale quartina intitolata, Felicità: “Non può far finta d’essere felice/ la bambinetta che salta la corda./ Il marciapiede è tutto sole, è un trillo/ di gioia”.  

       Nel 1999, invece, Italia offre ai suoi lettori la silloge di racconti Dialoghi e diavoli, edita dalla Bastogi, che si pone nella scia di Lettera di dimissioni. Nel libro spicca, per il contenuto, il racconto Sud, in cui il Nostro, con la libertà propria dello scrittore, rievoca il suo arrivo a San Severo. Considerata la scarsità di riferimenti al mondo pugliese, lo scritto acquista un rilievo particolare.

      Un’altra vistosa novità, evidenziata del resto anche nel titolo, è rappresentata dalla struttura dialogica di alcuni racconti, come Il Vecchio e il Giovane e Il Gendarme e l’Automobilista.

        E’ il segno, questo, di un’attenzione verso il mondo teatrale, che troverà sfogo in due atti unici, Viaggiando unitamente separati, apparso nel 2001, e Fraterne solitudini, del 2003, entrambi pubblicati dalla casa editrice “All’insegna del Cinghiale ferito”, di Apricena.

        Il primo atto unico, articolato in nove scene, pone al centro la solitudine e l’incomunicabilità dell’uomo, che fanno valere le loro ferree leggi in ogni caso, anche quando si continua a vivere in famiglia. La barriera che esiste tra l'io ed il prossimo è invalicabile, rimarca lo scrittore, persino a dispetto dell’apparenza e delle intenzioni.

    Il pessimismo dell’autore illumina la storia di due personaggi, Piotr e la sua compagna Irene, con il loro carico di ricordi, di dissidi e di speranze frustrate. Il titolo, del resto, che contiene un efficace ossimoro, è fin troppo eloquente. Il dramma è aperto da un Prologo, recitato da un folletto shakespeariano, che tra l’altro pronuncia queste parole, rivolgendosi agli spettatori: “La noia, il mostro che consuma tutta la vita, già incombe. Voilà, lo spettacolo inizia. Ridete, piangete e, vi assicuro, tornati alle vostre case, sarete quelli di sempre. Un po’ più poveri per l’acquisita conoscenza del vostro essere stati invano”. Viaggiando unitamente separati è l’opera di un poeta, e di qui il suo carattere eminentemente lirico.

             A due anni di distanza, nel 2003, Italia pubblica Fraterne solitudini, che continua il discorso già iniziato, ponendosi sullo stesso piano anche per quanto riguarda gli esiti artistici.

            E’ un dramma in 4 scene, che sembra aprirsi maggiormente ad una nota di speranza, pur nella sostanziale fedeltà alla medesima visione della realtà, che sostanzia, nei momenti più felici, squarci di rara bellezza.

            L’opera batte ancora una volta sulle tematiche esistenziali comuni all’intera produzione del Nostro, indugiando sulla denuncia dello scacco della vita. I protagonisti sono solo due, Eugenio e Michajl, che governano solitari la scena dall’inizio alla fine, con una drastica riduzione; ma, come se ciò non bastasse, essi non sono altro che i due diversi volti di una stessa personalità, per quanto scissa ed oscillante.

            Gli atti unici sono austeri e per niente disposti a strizzare l’occhio al lettore disattento e leggero, il che a qualcuno può anche dispiacere. Essi ci sembrano più adatti alla lettura che alla rappresentazione, ma ciò non toglie che Viaggiando unitamente separati sia stato rappresentato con successo nel 2002, da una compagnia dauna.

            Di certo, questi testi meritano un’attenta considerazione, con i loro simboli pregnanti, con la loro riduzione all'essenza della trama, in una scarnificazione nella quale si riflette la nuda realtà della vita umana, chiusa nel solo, opprimente, orizzonte terreno.

 

            IV- LE ULTIME RACCOLTE  

 

           Le stesse tematiche espresse nei due lavori teatrali appena considerati si ritrovano anche nei due ultimi volumi di liriche, …e s’addolora la luce e Le astuzie fatali, editi, rispettivamente, nel 2004 e nel 2006, dalla già menzionata casa editrice di Apricena.

           La prima silloge è formata da 45 poesie, in parte inedite, in parte riprese da libri precedenti o da riviste, ed attesta la continuità di una vena sempre limpida, anche a dispetto degli anni e di un serio problema alla vista che costringe Italia a rinunciare alla lettura.

           L’autore utilizza sempre il verso libero, piegandolo ai suoi intenti con grande abilità e senso della varietà. Tra le figure retoriche, segnaliamo l’uso dell’anafora, preziosa per rendere più efficace e martellante la visione della realtà.

           Le astuzie fatali, invece, contiene 52 liriche più o meno recenti, con due poesie molto significative, Puzzle impossibile e Vento di oblio. Il puzzle che non si ricompone, ovviamente, è quello dell’esistenza, che continua senza senso verso il suo esito fatale: “Il tempo,/ fiume tumultuoso che via scivola,/ continua a trascinare la mia vita/ lasciando nella memoria corrosa/ frantumi di immagini”.

          In questo cammino che si chiude su se stesso non mancano però dei momenti positivi, che sciolgono almeno per un istante il rigore dell’anima, e riportano ad una presenza femminile ed alla dimensione della memoria.

          La donna, intesa come l’altra metà del cielo, diventa persino protagonista di una lirica, intitolata Rischio regina, in cui si tesse l’elogio del “cuore profondo” femminile, “fatto per l’amore e per la morte”.

           Con quest’ultima silloge, dunque, Italia, serbandosi fedele al suo mondo, continua nel migliore dei modi la sua avventura letteraria.

           Scrivere è una sorta di missione laica, continua a ripetere Italia, sostenendo che il mondo ha bisogno della poesia come del pane. Come dare torto al poeta? Al prossimo libro, Emanuele.

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