XI- IL PECCATO DI DONNA SANTA

 

 

 

I- LE PECULIARITA' DELLA NOVELLA

 

Il peccato di donna Santa, già ad una prima lettura, spicca nell'ambito della raccolta del 1894 come l'opera più pirandelliana ante-litteram, quella che maggiormente anticipa situazioni e personaggi che saranno cari allo scrittore di Girgenti, sottolineando in modo incisivo la crisi del Verismo, dalla quale dovevano nascere esperienze ben diverse; un estremo approdo che sembra contenere l'indicazione di un cammino, che sarà percorso sulla scorta di una rigorosa forma mentis filosofica.

La novella si apre con una scena vividamente esasperata, in cui una chiara nota paradossale si unisce ad una dimensione teatrale, formando un impasto tipico del Don Candeloro e C.i. Il predicatore calca la mano di fronte ad un uditorio capace, al limite, di impressionarsi momentaneamente, ma poi destinato a ritornare alla solita condotta di vita, e mentre da ambo le parti, il sacerdote e i fedeli, tutto sembra risolversi nel meccanico ossequio ad un’esteriore pratica religiosa, scoppia il vero dramma di Santa Brocca, che porta con sé quello del marito.

Di qui un cammino tormentato, nella sterile ricerca della verità, che i personaggi pirandelliani seguiranno con implacabile rigore, tino alle estre­me conseguenze della lucida follia, della negazione di tutte le certezze, dell'assoluta incomunicabilità.

Il dottor Erasmo sfiora soltanto questo abisso, senza una vera consa­pevolezza, ma logicamente la creatura veghiana non può andare oltre passi come quello sulla verità, che costituisce uno tra i più noti dell’intera raccolta novellistica; l'uomo, perciò, finisce per rivoltarsi nell'angoscioso interroga­tivo sull'ipotetico peccato della moglie, vittima della sua mania, in un paese che con il solo dubbio ha già emesso, deridendo e criticando, la sua condanna e non ha tornito alcun aiuto, anzi, ha mescolato ancor di più i tasselli del puzzle.

Anche al di là della facile suggestione pirandelliana, la novella, una vera e propria punta avanzata nell'ambito dell'arte del Catanese, è ricca di spunti rimarchevoli e si integra perfettamente con le altre di carattere religioso; quanto al valore artistico, ci sembra rientrare a pieno titolo nella norma del Don Candeloro e C.i., né ci appare tanto stridente l'accostamento, colto in modo negativo dai critici, tra le due parti fondamentali della novella, quella iniziale, segnata dalla predicazione del liguorino, e quella incentrata sui dubbi angoscianti del dottore.

In fondo, la peculiarità dell’opera è data proprio da questi due tempi, scanditi dall'aborto della donna. Di diverso avviso il Momigliano, che pone Il peccato di donna Santa tra le meno riuscite del volume, individuando nella sola scena del quaresimalista che minaccia le pene dell'inferno la parte viva del lavoro, in cui "Il ridicolo profano che s'insinua nella rappresentazione, ricorda le grandi liriche di Carlo Porta", il Luperini, la Calandra, che sorvola del tutto sull'analisi, e il Cucinotta, che significativamente dedicherà ad essa uno spazio abbastanza ridotto, nell'economia generale del suo Le maschere di don Candeloro.

Infine, va ricordato il contributo del Marchi, che loda, rispetto all'Ope­ra del Divino Amore, la linearità e l'unità della novella, il cui impianto si mantiene saldo fino al momento in cui il giudice convoca don Erasmo minacciando di vietargli l'esercizio della professione medica e di farlo arrestare.

Il critico, in sostanza, attenua la tesi del Momigliano, ampliando la parte valida dell'opera, alla quale in seguito Verga aggiunge "una lunga coda, con i dubbi tormentosi di don Erasmo sulle presunte infedeltà della moglie"; la novella, così, si trascinerebbe stancamente, fino alla fine.

Il peccato di donna Santa appare originariamente, con lo stesso titolo, sul "Fanfulla della Domenica", nel numero del 15-16 novembre 1891, e viene rivista, come tutte le altre opere, al momento dell'assemblaggio del Don Candeloro e C.i, con delle modifiche abbastanza limitate.

L'unico dato rilevante ci sembra il fatto che il quaresimalista, che nel 1894 resta anonimo, nella prima redazione porta il nome di padre Cicero, uno dei due predicatori incontrati ne L'Opera del Divino Amore, e così è "Nientemeno che padre Cicero" l'artefice della messinscena iniziale, la cui oratoria viene accostata a quella di Sant'Agostino.

Verga non aveva dimenticato le straordinarie doti del religioso, che viene riutilizzato in un contesto nuovo, ma segnato ancora una volta dall'uso strumentale e spregiudicato della religione. L'operazione trova un corrispettivo in Paggio Fernando, dove, come sappiamo, la protagonista si chiamava in un primo momento Celeste, come la diva della novella succes­siva.

Appare evidente, sin dall'inizio, l'intenzione dello scrittore di legare le opere tra di loro, in vista del volume, ma nel Don Candeloro e C.i i nessi onomastici scompaiono (si salva solo quello di Barbetti), con un'operazione apparentemente di segno opposto. In realtà, Verga ritenne, ed a giusta ragione, di aver raggiunto la ricercata unità in una maniera ben diversa e profonda, giudicando la scelta di padre Cicero una mera forzatura.

Del resto, il religioso era stato descritto nella novella precedente in combutta con il suo degno compare padre Amore, con il quale formava una coppia di straordinaria abilità gaglioffesca, per cui non era logico ed opportuno separarli; inoltre, i due uscivano di scena in malo modo, minacciati con termini perentori dalla superiora suor Maria Faustina, che voleva farli privare della messa e della confessione, mentre ora il predicatore ritorna indisturbato in un paese che è sostanzialmente quello descritto nell'Opera del Divino Amore, dagli sfaccendati della farmacia al convento dei cappuccini.

Non vanno dimenticati anche altri particolari contrastanti, per cui mentre nella prima novella padre Cicero ha il "miele alle labbra" (pag. 795), il religioso de Il peccato di donna Santa ha, sin dal testo del "Fanfulla della Domenica", "un vocione spaventoso".

Dell'antico legame, alla fine, resta l'Ordine di appartenenza, quello dei Liguorini o Redentoristi, ma appare ugualmente chiaro, sin dall'attacco, "Stavolta il quaresimalista" (pag. 803), che l'opera che stiamo esaminando è l'ideale continuazione di quella di Bellonia, descrivendo un altro seguace di Sant'Alfonso, come padre Cicero e padre Amore, che frequenta il paese per i suoi scopi tutt'altro che edificanti.

 

 

II- IL LIGUORINO E IL GREGGE DEI FEDELI

  La novella si apre all'insegna dell'eccezionalità, con uno stratagemma particolare escogitato da un personaggio altrettanto fuori del normale, che però conosce bene la realtà del luogo ed è perfettamente consapevole della riduzione della religione a una vuota forma, considerando ciò un dato acquisito.

La predica è una momentanea ed apparente cesura rispetto al dominio dell'egoismo e delle leggi economiche, dopo di che tutti "sarebbero tornati a fare quel che avevano fatto sempre" (pag. 804), senza indugio e scrupoli. Il concetto è affermato sin dall'inizio e pertanto il religioso, che obbedisce alle stesse norme tutte terrene, si trova di fronte ad un uditorio già calato nella sua parte, che recita, in occasione della quaresima, la commedia della devozione, come lui quella della predicazione.

Messo alle strette, il liguorino non trova altro modo per dare credibilità alle sue vuote parole, se non andando oltre il copione della convenzione. Le prediche si ripetevano monotone, anno dopo anno, con i soliti inviti alla conversione, facendo leva soprattutto sulla paura dell'Inferno, ma il religioso, con una forzatura, vuole portare una novità, che rafforzi e prolunghi l'effetto delle sue frasi, al di là di una effimera commozione.

L'anonimo quaresimalista è il primo a dubitare delle sue parole, ma se il suo compito è quello di diffondere il messaggio evangelico, deve svolgerlo nel migliore dei modi, affermando le proprie superiori capacità e difendendo il proprio status sociale, con tutti i vantaggi ad esso connessi. Per questo scopo, del resto, ha studiato per lunghi anni, forgiandosi addirittura uno strumento vocale che dà risalto ai terribili inviti alla conversione.

Egli è aiutato in ciò anche dall'alto pulpito, dal quale "dipingeva al vivo l'Inferno" (pag. 803), con dovizia di particolari, pezzo forte di ogni predicatore, che noi ritroviamo, in un contesto ridicolo, ne I galantuomini, dove "i missionari predicavano l'inferno e il purgatorio" (pag. 336), ma nel refettorio tutti sono impegnati a mangiare.

Nella Storia di una capinera si parla invece di prediche altrettanto sconvolgenti di quella della novella candeloriana, tenute da "un rinomatis­simo predicatore" (pag. 235), nel corso di un ciclo straordinario di esercizi spirituali; anche in questo caso la voce del religioso è terribile e cupa ("Dio ha tuonato per la sua bocca in mezzo alle semitenebre della chiesa di cui le finestre sono velate a nero", ivi) e il tema portante è l'Inferno. Maria, al pensiero delle fiamme eterne, resterà sconvolta, come Santa.

Il Marchi nel suo saggio ricorda un passo della Selva di Sant'Alfonso, in cui si consiglia ai sacerdoti di mostrare ai fedeli, per impressionarli maggiormente, un'immagine, che "si porterà alzata da un Padre 10 o 12 palmi da terra, e due altri Padri andranno avanti con due torce grandi di pece...".

Il liguorino della novella ha però sicuramente esagerato con la sua mimesi, forzando il senso delle prescrizioni del santo, anche se il leit-motiv dell'ascetica del Liguori, come rimarca il L'Arco nella sua biografia, è proprio la meditazione dei novissimi, ossia la morte, il giudizio, l'eternità dell'Inferno e del Paradiso, per cui "La maggior parte delle trecento meditazioni, ch'egli ci ha lasciate scritte, tratta le verità eterne".

       Lo stesso biografo cita un altro passo, ancora dalla Selva, molto pertinente, rivolto proprio ai missionari: "Nessuno nega che le prediche di terrore giovino, anzi sono necessarie per svegliare quei peccatori che dormono nel peccato; ma bisogna persuadersi che le convinzioni fatte per il solo timore dei castighi divini sono di poca durata. Se non entra nel cuore il santo amore di Dio, difficilmente l'anima persevererà.

Il santo ha ragione, anche se nel contesto delineato dal Verga il predicatore appare davvero costretto agli estremi rimedi, di fronte a "quelle teste d'asini che venivano alla predica tirati proprio per la cavezza" (pag. 803). Se non otteneva niente in questo modo, non c'era altra speranza, ed "era tutto come lavare la testa all'asino davvero" (ivi).

Quest'ultimo proverbio si ritrova anche in Don Candeloro e C.i, connotando lo sfogo del puparo, ormai in declino, verso gli spettacoli tradizionali; prima ancora, lo leggiamo ne Il Mistero, posto proprio sulla bocca di un sacerdote, don Angelino ("Se non c'è la fede è come lavare la testa all'animo", pag. 260).

 Il riferimento animalesco ne Il peccato di donna Santa torna per due volte nel capoverso iniziale e si carica di vari significati. I fedeli presenti alla predica sono sicuramente degli asini, agli occhi del liguorino, con il suo senso di superiorità intellettuale e la sua sicurezza ("-Lasciate fare a me", pag. 803), ma tali sono anche per la loro grettezza, per la loro incapacità di distogliere lo sguardo dal proprio meschino interesse.

In questo senso, essi rivelano la forza della legge naturale, degli istinti materiali, che essi seguono proprio con l'ostinazione di un asino, senza speranza di cambiamento. Gli abitanti del paese non sono, in fondo, diversi da tutti gli uomini, anche se i loro comportamenti sono maggiormente noti, trattandosi di un piccolo centro ("che ciascuno nel paese conosceva le marachelle del vicino, e diceva in cuor suo: - Meno male che tocca a lui!", pag. 804).

Di qui l'immediata personalizzazione del peccato e la speranza, che ognuno nutre invano, di essere risparmiato dall'eloquenza del religioso, per passare inosservato agli occhi della comunità.

Asini, d'altra parte, i fedeli sono anche per i paraocchi imposti dal Governo, che "è quello che comanda, e non sarete voi, mio caro, che gli insegnerete ciò che deve fare" (pag. 808), come ricorda il giudice al dottor Brocca. Un potere che cala da Napoli ed al quale sono legati anche i liguorini, impegnati a riferire sull'affidabilità dei singoli sudditi, mescolando religio­ne e politica.

Lo stesso giudice, poi, zelante e severo, aveva costretto parecchi riottosi ad assistere alla predica del quaresimalista, mentre don Erasmo, che era sfuggito all'obbligo, in chissà quale modo, finisce nella lista dei sospetti all'autorità costituita.

Don Piddu, invece, ne I galantuomini, ormai in completa rovina economica, avrebbe voluto evitare di prendere parte agli esercizi spirituali, "Ma lo fece chiamare il giudice, e lo mandò a farsi santo per forza, onde non desse il cattivo esempio (pag. 336). In fondo, il diverso comportamento del magistrato verso don Erasmo, che appare tutto impegnato nelle sue visite, è reso necessario dalla trama: se avesse assistito alla predica, non avrebbe potuto avere tutti quei dubbi, che formano il tessuto della seconda parte dell'opera.

Non a caso, d'altra parte, in chiesa sono presenti il giudice, il capitano giustiziere e le altre autorità, che nella confusione successiva all'espediente del liguorino e all'aborto di donna Santa saranno accostati ai cani, occupati nel riportare la calma nel gregge (essi "sgridando, strepitando, pigliando la gente per il petto del vestito, correndo di qua e di là come cani intorno al gregge, riuscirono a mettere un po' d'ordine...", pag. 807).

Un paragone abbastanza esplicito, che ci riporta alla pagina iniziale, nella quale appaiono "Le donne raccolte in branco dentro il recinto a destra della navata" (pag. 803). Asini, quindi, i paesani, ma anche pecore, che hanno bisogno di rimbrotti e di sferza, e che ritornano al proprio posto anche dopo le più sanguinose sommosse, come in Libertà o, comicamente, proprio come ne Il peccato di donna Santa.

Un ultimo riferimento al mondo animalesco lo possiamo scorgere nel termine "stia", che se in senso figurato allude ad un luogo ristretto, come appunto la chiesa, dove il liguorino con il suo vocione "faceva venire la pelle d'oca" (pag. 804) e non "si sarebbe udita volare una mosca" (pag. 806), in senso proprio si riferisce alla gabbia usata per i polli e i gallinacci in genere. Ancora una volta, quindi, il rapporto viene instaurato con degli animali considerati tutt'altro che intelligenti, a differenza dei cani, categoria alla quale appartiene il nostro quaresimalista, fedele servitore dei suoi padroni.

Lo stratagemma del liguorino appare abilmente congegnato e si basa sulla presenza, sotto il pavimento della chiesa, di una vecchia sepoltura, tale da poter contenere anche i suoi aiutanti (essa comunque continuava ad essere utilizzata, come si deduce dalle pagine successive, a proposito della vedova Rametta, che sviene perché da poco vi avevano seppellito il marito). L’idea, che ricorda vagamente delle situazioni boccaccesche, è messa in atto con una felice scelta di tempo, a coronamento degli esercizi spirituali, quando la chiesa era stipata.

Egli procede in un impetuoso crescendo, scandendo le sue parole con un perentorio "Guai", che nell'originaria fonte evangelica viene proferito per maledire gli scribi e i farisei e che ora si presta, nella sua solennità, ad un retroscena comico.

Come nelle due precedenti novelle del ciclo conventuale, Verga mette a frutto le sue capacità descrittive, con rapidi ritratti che non di rado si rivelano felici. Prima, però, ci fornisce un quadro d'insieme, ricordandoci la disposizione della gente e le sue motivazioni.

I fedeli sono rigorosamente divisi tra uomini e donne, com’era normale in quella società, ma l'ostacolo viene aggirato in ogni modo. Non per niente, infatti, l’”amor della gonnella"(pag. 803) è accostato all'ordine del giudice tra i principali motivi per spiegare la presenza dei paesani in chiesa, in particolare degli uomini, mentre le donne si prestano volentieri al gioco, con complicità.

Vengono volutamente taciuti dallo scrittore altri più nobili ideali, secondo il suo noto intento dissacratore. Di qui il comportamento della figlia di Donna Orsola Giuncada, in cui le fiamme dell'inferno si trasformano in quelle della passione, e così "dimenavasi sulla seggiola, quasi fosse real­mente sui carboni accesi, per sbirciare Ninì Lanzo, laggiù in fondo" (pag. 804).

Ciò non toglie che il predicatore riesca a catturare l'attenzione generale, soprattutto del gentil sesso, più sensibile e facile alla momentanea commozione, ma la logica comportamentale, e il concetto viene ribadito a più riprese, è sempre improntata al più stretto egoismo, in una sorta di fiera delle vanità, nella quale chi non ha peccati o, meglio, finge di non averli, fa di tutto per rivelarlo agli altri, allo scopo di distinguersi.

A tal proposito, ci sembra riuscita la figura di Donna Cristina del­giudice, che ha evidentemente una relazione con il magistrato, da cui l'appellativo, diventato parte integrante del nome, a testimonianza del giudizio morale del paese.

La donna, che in chiesa non ha il coraggio di tenere levato lo sguardo, al di fuori delle sacre mura appare ben più a suo agio, e così la vediamo sul terrazzino del pretorio, intenta a fare gli onori di casa. L'appellativo ricevuto la porta anche a cercare una vendetta sulle altre, e questo spiega la sua ostinazione nel diffamare Santa Brocca, che a differenza sua godeva della fama di persona moralmente integerrima. Don Erasmo, che pure conosceva i suoi trascorsi, dovrà subire da lei una vera e propria persecuzione, vittima dei suoi stessi pettegolezzi.

Una donna di mondo è invece l'altra peccatrice, la Caolina, tenuta in disparte, che però riesce ugualmente a far colpo sugli uomini, con le sue arti.

Lo scrittore ci mostra quanto sia realmente valida la condanna morale della collettività, illuminando i pensieri di Donna Orsola, che disprezza la Caolina "poiché gli uomini per simili donnacce trascurano fino il sacramento del matrimonio" (pag. 805), e soprattutto perché "lasciano muffire in casa le figliuole" (ivi), come la sua.         

Continuando nel suo discorso, Donna Orsola scarica sulla donna di mondo la sua rabbia di genitrice che vorrebbe per la figlia un partito economicamente interessante, rifiutando un pretendente come Ninì Lanzo, povero e senza un lavoro redditizio.

Il ragionamento stravolto si prolunga con efficacia anche nel capoverso successivo, di fronte allo scabroso tema del sesso, alla lussuria, richiamata con un linguaggio esplicito dal predicatore, che per un istante ci ricorda padre Cicero e padre Amore. Di fronte alla ragazza, che "sgranava gli occhi e non perdeva una sola parola della predica" (ivi), la madre è costretta addirittura ad una contro-predica, per cercare di spegnere i bollori giovanili, rivolti, e qui è ancora il punto dolente, verso un giovane sgradito alla famiglia.

Per Donna Orsola, che fiuta pericoli ovunque, persino in chiesa le ragazze "devono ascoltare solo quello che sta bene per loro" (pag. 805-06). Un personaggio, al fondo, al di là delle volute esasperazioni, di un vivido realismo, che rivedremo anche in seguito, a causa della sua parentela con donna Santa, con la sua intriganza.

Accanto alle figure femminili, ovviamente, il Catanese descrive anche quelle maschili. Gli uomini sono più restii a farsi trasportare dalle parole e, appena potranno, entreranno nel recinto riservato alle donne.

I due personaggi maschili descritti con più attenzione hanno, però, delle reazioni vistose e, nello stesso tempo, teatralmente false. Non a caso si tratta di un usuraio e di un ladro, che utilizzano l'occasione per cercare di migliorare la propria reputazione, con degli effetti pratici, in verità, mode­stissimi.

Don Gennaro Pepi è addirittura un assiduo frequentatore della chiesa e "ogni giorno, prima di scorticare il prossimo a quattr'occhi... tornava a mettersi in grazia di Dio, andando a messa e a confessione" (pag. 803); quasi un modo per prepararsi ad una nuova giornata, passata, però, ad approfittare delle disgrazie altrui, prestando soldi ad altissimo tasso di interesse.

In quel "c'era poco da fidarsi" (ivi) ritroviamo l'opinione dell'intero paese, che guarda con scetticismo alle sue ostentate pratiche religiose, non dandovi alcun valore.

Quanto al ladro, Cheli Mosca, ci sembra la figura più riuscita ed originale, dal punto di vista artistico, nella dialettica tra essere e sembrare. Egli si flagella con la cintura dei pantaloni, in un luogo apparentemente nascosto, “laggiù, al buio” (pag. 804), in realtà, proprio sotto gli occhi del giudice e del capitano di Giustizia.

Vorrebbe apparire un "buon cristiano" (ivi), ma è solo un "famoso ladro” (pag. 805), ragion per cui anche la sua commedia resta senza frutto, e di conseguenza tutti si rivolgevano a lui, appena subivano un furto; inoltre, in chiesa, alle frustate il giudice aggiungerà un colpo di canna d'india, per tenerlo tranquillo e sotto controllo.

Molto più brevemente, ne Il peccato di donna Santa, si accenna all'avido notaio Zacco, che era solito approfittare dei poveri e degli indifesi, e allo scontro tra nobiltà e clero, ossia tra il barone Scampolo e i padri cappuccini, al possidente don Luca Arpone, che pensa alla moglie del fattore, mentre questo bada più concretamente ai suoi beni, e ai libertini, categoria alla quale, come vedremo, appartiene anche don Erasmo.

Il liguorino sviscera l'intera casistica dei peccati in un ambiente opprimente, "Fra il caldo, l'oscurità, il sito greve della folla, quelle due misere candele che ammiccavano pietosamente dinanzi al Cristo dell'altare, il guaito del chierichetto che vi cacciava indiscretamente sotto il naso la borsa delle elemosine" (pag. 804).

Nel complesso, con la coralità della scena iniziale, lo scrittore defini­sce a tutto tondo il teatro dell'azione, prima di ritornarci con più attenzione nelle pagine successive, dopo aver introdotto la personalità di Santa Brocca, disegnando un contesto grottescamente esasperato, che farà da degna cornice al "nodo" della novella, sul quale si tormenterà don Erasmo.

 

III- SANTA BROCCA

 

Se il paese costituisce lo sfondo sul quale si compie la vicenda descritta nella novella, con le sue reazioni, i suoi modi di pensare e i suoi condizionamenti, i coniugi Brocca, che salgono in primo piano dopo la parte dominata dal quaresimalista, contemporaneamente, sono i personaggi principali.

    Va notato che ne Il peccato di donna Santa i due perni della storia entrano in scena abbastanza tardi, come in nessun'altra opera del Don Candeloro e C.i. Nella maggior parte dei casi, infatti, le composizioni si aprono proprio nel nome del protagonista. Ne L'Opera del Divino Amore, invece, Bellonia compare dopo una paginetta, mentre nella novella che stiamo analizzando Santa ed Erasmo sono presentati dopo tre paginette, al culmine della scena iniziale, quando la moglie del dottore viene descritta per la prima volta, gravida all’ottavo mese.

     La condanna della lussuria trova in lei un capro espiatorio, grazie alle donne che le rivolgono delle occhiate di disapprovazione. Arriviamo, così, al cuore della novella, ossia alla descrizione del peccato di donna Santa, che pertinentemente dà il titolo all'opera.

L'autore gioca con il nome proprio di lei, che diventa nello stesso tempo anche un aggettivo. Santa, quindi, è sì un nome estremamente comune nella realtà siciliana, ma si presta anche a formare una coppia antitetica con il "peccato", rendendo l'ambiguità della storia, in cui una persona, in apparenza irreprensibile e timorata di Dio, viene sospettata di aver commesso una colpa non meglio definita.

Nell'universo della raccolta, dominato dalla finzione, l'ipocrisia di un personaggio rientra nella norma e gli esempi sono tantissimi, ma in questo caso l'ambiguità non viene sciolta e il dubbio permane, sconvolgendo l'esistenza di don Erasmo. Santa, pertanto, è "Una santa donna davvero" (pag. 806) o nasconde delle verità, da consumata peccatrice? Il rovello del medico è tutto qui, compendiato magistralmente.

Anche la scelta del cognome non sembra essere casuale, sia pure in modo meno evidente, e così Brocca potrebbe alludere al fatto che essa è poco brillante, un'inetta senza carattere, o al fatto che, come un fragile vaso, non regge alla tensione prodotta dalle parole del religioso, per cui provoca "la frittata" (pag. 807) nel bel mezzo della predica, un vaso di terracotta tra tanti che invece sono di ferro, per riprendere il noto passo manzoniano.

La personalità della donna, "sempre fra preti e confessioni" (pag. 806), ossequiosa ai comandamenti e alle pratiche pie, è delineata in maniera speculare rispetto al marito. I due mondi non comunicano affatto, sin dall'inizio, ed ogni gravidanza riaccende i contrasti, aumentando la prostrazione fisica e morale di Santa, che "piangeva nove mesi interi quando tornava ad essere in quello stato" (ivi).

La moglie del dottore, almeno in apparenza, incarna il canone della donna sottomessa e passiva, che compare in tante novelle verghiane, mentre don Erasmo ha un carattere più spiccato, lontano dal piatto rispetto delle norme religiose.

A portare un elemento di novità in questo quadro, lo ripetiamo, il dubbio che una persona come Santa possa avere una seconda vita, un retroscena da nascondere; un dubbio poco verosimile per il lettore, ma che non viene volutamente mai sciolto e che acquista sempre più rilievo nel marito, pur avendo la protagonista cinque figli e un sesto in arrivo, con un’esistenza equamente divisa tra casa e chiesa, tra lavori domestici, da un lato, e preghiere e atti di devozione, dall’altro.

La sua crisi sembra nascere proprio dal venir meno di questi punti di riferimento, quando, in aggiunta all'incomprensione del marito, la donna viene terrorizzata dalle parole del liguorino, che le presentano un Dio spietato e vendicatore. Il processo di colpevolizzazione iniziato a casa, con i litigi coniugali, giunge all'acme con l'espediente del predicatore; colpevole per le troppe gravidanze (anche don Candeloro rimprovera, nella novella omonima, Grazia: "-Tu non sai far altro, per Maometto!"-, pag. 722), viene fatta oggetto delle malevole occhiate di alcune bigotte, che forzano la condanna espressa dal liguorino, estendendola ad ogni rapporto tra i sessi, anche quando è del tutto lecito, dal momento che donna Santa è regolarmente sposata.

In un contesto grottescamente medievale, torbido di sensi di colpa indotti in modo grossolano, si arriva alla trovata del liguorino. Tutto diventa ambiguo ed assume un valore diverso, a seconda dei personaggi, e signifi­cativamente "il diavolo e il predicatore ci misero la coda" (pag. 806). Il religioso ha organizzato ogni cosa "a fin di bene" (ivi), per favorire la diffusione del messaggio evangelico, mentre per don Erasmo si tratta solo di "imposture" (pag. 808), di "commedie" (ivi), che sconvolgono l'esistenza delle persone.

Lo stesso evento imprevisto, poi, l'aborto, diventa un mezzo provvi­denziale per far venire a galla la verità così ben nascosta o, al contrario, un diabolico contrattempo, che ha diffamato una madre di famiglia. Ognuno crederà quel che vuole, compatendo o condannando, definendo Santa "una mascherona" (ivi) o una vittima della propria eccessiva sensibilità.

Nel caso di don Erasmo, poi, le due opinioni si confronteranno a lungo, senza permettergli di trovare una soluzione rassicurante o, al contrario, la certezza del tradimento.

L'Inferno si materializza proprio nel momento in cui il predicatore maledice chi si comporta da adultera, con un singolare ed un femminile che donna Santa riterrà immediatamente rivolti a lei, per un incomprensibile motivo, perdendo la creatura che aveva in grembo. Essa non è l'unica a reagire in un modo eccessivo, ma sono le ultime parole che pronuncia, quelle che danno adito alle congetture. Mentre per la vedova Rametta, ad esempio, si trova subito una spiegazione chiara per giustificare lo svenimento, per Santa l’auto-accusa di peccatrice resterà indeterminata.

La teatralità dalla scena viene amplificato dall’uso della pece greca, che si ritrova, non a caso, ne Le marionette parlanti, utilizzata per creare un effetto illusorio da don Candeloro, pur senza riuscirvi ("Infine allorché invece dei draghi e degli altri incantesimi che dovevano far nascere il finimondo, don Candeloro cercò di cavarsela con una manata di pece greca... scoppiò davvero l'inferno in platea", pag. 731 ); qui, invece, l’artificio ottiene il suo intento.

Anche la reazione dei fedeli all'aborto della donna richiama la stessa novella. Ovunque c'è una grande confusione, con gli uomini che, approfittando della ressa, cercano di raggiungere le donne, mentre il giudice, come i questurini de Le marionette parlanti, si sforza di riportare l'ordine, evitando dei furti.

Ritorna, insomma, in modo molto rilevante, l’accostamento tra chiesa e teatro, luoghi diversi, ma accomunati dalla finzione.

I fedeli vengono per lo più ingannati dalla trovata del predicatore, ma il successivo marasma avrà la capacità di rompere l'illusione, riportando in primo piano i soliti egoistici istinti primordiali della gente, che si comporta come se nulla fosse successo.

Malgrado il suo ingegno, quindi, il predicatore ha ottenuto un unico risultato duraturo, ma da lui non previsto, l'aborto della moglie del medico. Dopo di ciò, il liguorino esaurisce il suo compito nell'ambito della novella e non compare più direttamente, lasciando spazio ai due coniugi. D'altra parte, egli si trova in paese per l'occasione, per cui, finiti gli esercizi spirituali, non gli resta che riprendere il suo cammino.

 

 

IV- IL "LIBERTINO" DON ERASMO

 

Con la descrizione della processione, la scena si sposta all'aperto, costituendo una sorta di trait-d'union verso la seconda parte, dominata dall'inquieta ricerca di don Erasmo. Se in chiesa tutti appaiono indistinta­mente dei peccatori, ora ritroviamo ben in evidenza le differenze sociali, con "la ciurmaglia innanzi, alla rinfusa, a spinte e a sdruccioloni per la viuzza dirupata, e i galantuomini dietro, a due a due, colla corona di spine e la disciplina al collo" (pag. 807) (anche Bellonia, ne L'Opera del Divino Amore, sia pure in un contesto diverso, ha la "disciplina al collo, e la corona di spine in capo", pag. 799).

La moltitudine informe e maltrattata, quindi, e gli eletti, la classe dominante del paese, che costituiscono la vera attrattiva, visto che tutti guardano nella loro direzione. Anche nel Mastro-don Gesualdo, d'altra parte, in occasione della processione del Cristo Resuscitato, all'arrivo del protagonista ogni attenzione si riversa su di lui e sullo sfarzo della sua famiglia.

Molto felice è il contrasto, ne Il peccato di donna Santa, tra i galantuomini, che procedono con gli occhi bassi, e le più belle donne del paese, affacciate alla finestra, che rappresentano una vera e propria tentazione. Il tema della lussuria, così, ricompare, ma alleggerito di ogni nota esasperata, svelando in modo differente il carattere esteriore di certe manifestazioni e di certi travestimenti.

Le successive parole di donna Cristina-del-giudice svolgono la fun­zione di evidenziare lo sconcerto collettivo per quanto successo a donna Santa, esposta ora alle critiche più maliziose, non solo perché "si faceva passare per santa" (pag. 808), ma anche perché suo marito ha sempre utilizzato la lingua per colpire il prossimo.

Comincia, insomma, quel rovesciamento che porta don Erasmo a trasformarsi da soggetto a oggetto di maldicenze, da persona che ha ferito a lungo con la lingua ad una che perisce per mezzo suo. Un dato che rende più verosimile la reazione dell'uomo al "castigo di Dio che gli era capitato addosso" (ivi), ma non annulla la comicità.

Egli, che era già naturalmente incline a vedere il lato malvagio di ogni cosa, ora non riesce ad accontentarsi di una spiegazione di comodo, ma è portato ad andare fino in fondo, con la conseguenza di sconvolgere la sua esistenza. Lo stesso nome del personaggio è significativo, visto che richiama quello del celebre umanista cristiano Erasmo da Rotterdam, con la sua inquieta e vigile intelligenza, ma viene utilizzato per un uomo polemico verso i dogmi e le pratiche esteriori della Chiesa cattolica, nonché verso il potere politico dei Borboni, che si smarrirà tra mille congetture.

Egli è un "libertino" (pag. 806), ossia un libero pensatore, che si riunisce con altri suoi compagni nella farmacia Mondella, dove "congiuravano contro i Borboni" (pag. 804). Per le loro concezioni religiose e politiche, ma anche per i loro difetti umani, si distinguono nettamente dal resto del paese e sono guardati con sospetto dall'autorità statale e da tutti gli altri abitanti.

Don Erasmo, infatti, si legge dopo, era "realmente un giacobino, un malalingua di quelli della farmacia Mondella" (pag. 808), affermazione che rende in pieno il punto di vista collettivo.

La farmacia nei piccoli paesi era un luogo di ritrovo per gli intellettuali e aveva una grande importanza. Ne I Malavoglia ci imbattiamo nel noto personaggio dello speziale don Franco, che "leggeva la gazzetta, e la faceva leggere agli altri, e ci aveva anche la Storia della Rivoluzione francese, che se la teneva là, a portata di mano, sotto il mortaio di cristallo" (pag. 21).

Repubblicano, egli "predicava sottovoce, perché non udisse sua moglie che era di sopra, di fare la rivoluzione, se non erano minchioni" (pag. 92). Quando però avrà a che fare con la Giustizia, ne resterà terrorizzato.

Don Franco, che non ama i preti, condanna l'alleanza tra trono ed  altare e non frequenta la chiesa, viene considerato dalla gente un "protestate" (pag. 38). Nel complesso, si tratta di un personaggio descritto con una piacevole ironia, al quale si perdonano tutte le debolezze e le contraddizioni; ma il vero modello di don Erasmo è il dottor Tavuso del Mastro-don Gesualdo, che "sedeva in cattedra tutto il giorno" (pag. 307) nella farmacia dell'amico Bomma, ritrovo di sfaccendati e di fautori della rivoluzione.

Non a caso anch'essi sono definiti dei "libertini" (pag. 461) e il Capitano rivolge loro un'occhiataccia minacciosa, che diventa un esplicito avvertimento per il farmacista. Tavuso, da parte sua, era "il capo di tutti i giacobini del paese" (pag. 475), ma trema di paura allo scoppio dei moti, nascosto nella legnaia, temendo di essere tratto in arresto. L'esperienza avrà degli sconvolgenti effetti su di lui e alla morte il suo posto viene preso dal figlio, che ritroviamo al capezzale di Gesualdo Motta.

Tavuso è pettegolo e pungente, come don Erasmo, e allo stesso tempo innocuo per l'autorità costituita, anche perché entrambi sono ben intenzionati a difendere i propri interessi materiali. La rivolta del marito di donna Santa contro il predicatore e gli esercizi spirituali, così, verrà stroncata sul nascere dal Giudice, che lo redarguisce.

Ovviamente, il personaggio minore del Mastro-don Gesualdo ora viene posto al centro della narrazione ed immerso nell'atmosfera della raccolta novellistica, all'insegna della confusione dei piani e dell'impossi­bilità di cogliere la verità. In quest'operazione di recupero, sviluppo ed adattamento, Verga dimostra tutta la sua abilità di consumato scrittore.

Ne L'Opera del Divino Amore la farmacia viene invece vista soprattutto come ritrovo di "sfaccendati" (pag. 801), dove gli abituali frequentatori sostano con gli occhi attenti a tutto ciò che accade.

Va ricordato che durante la predica del liguorino don Erasmo non si trova all'interno della farmacia Mondella, ma stava visitando i suoi malati, una motivazione che però non è valida, agli occhi dei conformisti, per disertare la chiesa, ragion per cui l'aborto della moglie rappresenta la giusta punizione per la sua eterodossia.

Egli, avendo violato le norme esteriori ma consolidate del paese, facendosene un vanto, non può sperare di trovare alcuna comprensione, né da parte del Governo, per il quale non è "nella pagina pulita" (pag. 808), né della Chiesa né dei suoi compaesani. La sua disperata ricerca si svolge in perfetta solitudine, mentre la gente da un lato sviluppa liberamente e malignamente il dato reale dell'aborto, dall'altro ignora, nel suo egoismo, le condizioni nelle quali il dottore è costretto a vivere, con cinque figli da curare e una moglie che "gli spifferava sotto il naso cose che gli facevano drizzare le orecchie, pur troppo!" (ivi).

La mancanza di comunicazione tra i due coniugi si aggrava, rendendo la donna ancor più refrattaria alle domande del marito che, più di ogni altro, continua a vedere il male in ogni evento, anche quando la verità sembra alla portata di tutti.

Le obiezioni basate sulla conoscenza della moglie soccombono rapidamente di fronte ad un peccato che forse non esiste, in un processo inarrestabile. Tanti elementi potrebbero indurlo a dimenticare l'accaduto, facendogli ritenendo le frasi dette nel delirio come il risultato della predica, ipotesi che pure si affaccia nella sua mente di medico, ma viene scartata.

Donna Santa, con la sua vita devota e ritirata, non aveva mai dato motivi di sospetto, non è neppure avvenente, né tanto meno giovanissima ("con quella faccia! che sarebbe stata una vera birbonata a volergli fare quel tiro", pag. 809); don Erasmo, si capisce, avrebbe desiderato di meglio, ma si era rassegnato per amor della pace, accogliendo anche i figli che aveva messo al mondo.

Una tale moglie e una casa che era "una vera fortezza" (pag. 811) gli avevano dato la fallace illusione di non dover mai temere alcun tradimento, trovando in ciò un parziale compenso e una sorta di sicurezza, che lo rendeva più malevolo verso gli altri. Egli giunge ad ipotizzare che solo un suo nemico giurato avrebbe potuto fargli questa "birbonata" (pag. 809), non tanto per la donna, quanto per il gusto di vendicarsi su di lui.

Come spesso succede nelle opere verghiane, il quadro viene costruito in chiaroscuro, per cui, malgrado tutto, il dottore si logora la vita.

Da notare che il testo, riproducendo i pensieri del dottore, evidenzia che Santa Brocca "osservava con fervore tutti e cinque i sacramenti..."(ivi). Forse il Catanese ha voluto rimarcare così l'ignoranza della dottrina cattolica da parte del "libertino"; in ogni caso, verso la fine della novella si parla giustamente dei "figlioli di cui s'era empita la casa in ossequio al settimo sacramento" (pag. 811), ossia il matrimonio, e all'inizio, poi, si ricorda che il liguorino "si era buttato addosso al settimo peccato mortale, e diceva pane al pane" (pag. 805), alludendo alla violazione degli obblighi coniugali.

L'ansia di una parola risolutiva porta don Erasmo a svestirsi comple­tamente dei panni del medico, per indossare solo quelli dell'angosciato curioso. La moglie "non dava retta, accesa, guardando chi sa dove cogli occhi stralunati" (pag. 809), ma questo comportamento, perfettamente comprensibile dopo un aborto, appare quasi un deliberato rifiuto di rispondergli.

Egli pensa solo a se stesso, al suo onore, e vuole sciogliere ogni dilemma, senza rendersi conto che essa non può affatto aiutarlo, perché è lui il solo che può autoconvincersi dell'innocenza di lei. Donna Santa in questo momento non apre bocca, ma anche quando farà "mille proteste e mille giuramenti” (pag. 813) non cambierà nulla perché la verità resta nascosta e lascia spazio alle opinioni, più o meno interessate.

Dopo le maldicenze di donna Cristina-del-giudice, la novella ci presenta una serie di reazioni. Alcune amiche restano ferme al dubbio, dopo aver ricordato l'impeccabile condotta della protagonista, altre si scambiano un cenno d'intesa ed arrivano a delle conclusioni rapide e negative. Le ipotesi si susseguono, scandite dalle disgiuntive ("forse donna Santa era uscita di casa che non si sentiva bene quel giorno: o una mala luna nella gravidanza: o qualche spintone della folla", pag. 810), spaziando fino a coinvolgere il marito non solo come vittima, ma anche come possibile responsabile, stravolgendo del tutto il quadro ed aggiungendo al danno la beffa, tanto che alcune chiedono al disorientato don Erasmo di chiarire la vicenda.

Egli avrebbe potuto, forte delle conoscenze mediche, spiegare l'origine delle farneticanti parole della donna, ma per far ciò avrebbe dovuto mostrare ben altra sicurezza, invece non riesce persuasivo neanche in questo.

L'uomo arriva fino alla considerazione che la verità è inconoscibile ("-La verità... la verità... Non si può sapere la verità!" (ivi), che è il cuore del problema, ma la nota resta senza sviluppo ed egli non riesce a comprendere, se non in modo molto parziale, l'importanza della sua intuizione, in un contesto non privo di comicità.

Per questo motivo, significativamente, la soluzione che don Erasmo crede di poter dare, di natura politica, viene subito confutata. Egli ha ragione quando afferma che "-Non vogliono che si dica la verità!... preti, sbirri, e quanti sono della baracca dei burattini!... che menano gli imbecilli per il naso!... proprio come le marionette!..." (ivi), ma sbaglia quando collega tutto ciò con l'aborto della moglie, affermando che "tirano ad accopparvi una gestante con simili pagliacciate!..."(ivi).

Esistono delle precise direttive politico-religiose, per cui il re e la Chiesa mirano ad assicurare lo status quo, servendosi delle forze dell’Ordine, dei religiosi e della magistratura, come ben sa don Erasmo; essi formano la classe dominante, che guida la nazione, e i sudditi devono necessariamente allinearsi, come docili fantocci mossi da mani o da fili ignoti, mentre chi prova a denunciare questa realtà o a ribellarsi ad essa, viene immediatamente punito.

E' questa la "verità" che non si può dire, per don Erasmo, ma essa non ha nulla a che fare con il suo caso, visto che dall'alto vogliono solo il rispetto delle norme e delle leggi, mentre qui siamo di fronte ad un aborto naturale e ad un uomo che, in fondo, si accontenterebbe di sapere se la moglie lo ha tradito o meno.

Non sfugga la prudenza del dottore, che rivela la sua tesi a poche persone particolarmente fidate, in gran segreto, ma da esse viene subito corretto; tra le poche cose certe della novella, infatti, c'è che nessun'altra donna ha fatto registrare una reazione così particolare, come donna Santa.

Di qui la presa d'atto del "libertino", che, abituato a scorgere ovunque dei nessi politici, si ritrova in un vicolo cieco, dopo aver intravisto vagamen­te il vero volto della questione, e ritorna a chiedere di nuovo improbabili spiegazioni alla moglie.

La nota comica ora diventa più vistosa, connotando tutti i tentativi di don Erasmo, che ha gli "occhi stralunati e la bocca amara" (ivi), ma si avvicina a donna Santa "colla faccia atteggiata al riso" (ivi) e con parole sdolcinate. Ritorniamo, così, ad una situazione già nota, per cui qualsiasi cosa faccia l'inferma, egli trae delle conclusioni negative: se non parla, egli si adira; se parla, offre nuovi pretesti.

Va ancora peggio quando essa gli chiederà perdono, una richiesta che può significare tutto ed il contrario di tutto, perdono per aver, suo nolendo, procurato tante difficoltà alla famiglia o, come invece è propenso a ritenere l'uomo, per averlo ingannato in qualche modo.

 V- LA PROGRESSIONE DEL DUBBIO

 

Proseguendo in una sorta di progressione geometrica, l'aborto di donna Santa finisce per assumere una profonda rilevanza temporale, portan­do l'uomo a rileggere in chiave dubitativa gran parte della sua vita. Infatti "il peccato poteva essere vecchio" (pag. 811), non necessariamente legato alle vicende più recenti, mettendo in discussione persino la paternità di qualcuno dei suoi cinque figli.

Dal limbo della memoria riaffiorano eventi e sospetti, visti nella loro luce più sinistra, esasperando don Erasmo, che cerca nella fisionomia della prole le prove del tradimento ("Tutti i santi del calendario c'erano in casa sua! Di tutte le età e di tutti i colori...”, pag. 811-12), legando i capelli rossi di uno dei figli al notaio Zacco, già descritto in apertura di novella come un avido, che però "era capacissimo di avergli fatto quel tiro per pura e semplice birbonata, gratis et amore Dei!" (pag. 812).

La dimensione temporale, paradossalmente, nasce nella sua mente proprio nel momento in cui poteva giungere ad una spiegazione che salvaguardasse il suo onore e la sua quiete. Il dottore, infatti, ricercando i possibili amanti della moglie, si era reso conto che solo compare Muzio frequentava casa sua, ma aveva oltre sessant'anni.

Dalle premesse positive, scaturiscono delle conclusioni fortemente negative, in un tormentoso scandaglio del passato, reso più angoscioso dalle necessità quotidiane della famiglia, di quei cinque ragazzi che potevano anche essere il frutto della colpa. Il "peccato" ha sconvolto non solo i rapporti tra i due coniugi, ma anche quelli tra don Erasmo e la prole, per cui i figli sono insieme "ladri domestici" (ivi) e "poveri innocenti" (ivi), rappresentano i suoi legittimi eredi, toccati anch'essi dalla disgrazia, ma di qualcuno egli forse è solo il padre putativo, senza possibilità di riconoscere l'intruso.

Il dottore, pertanto, in un paese pieno di critiche e di maldicenze, è un isolato anche in casa.

L'ultimo tentativo di risalire alla verità, presentato nella novella, si ricollega alla situazione di partenza. La religione aveva provocato l'aborto di donna Santa, e quindi l'inizio dei dubbi, per mezzo della predicazione del liguorino, e la stessa religione poteva ora riportare la pace nel dottore, grazie alla confessione della donna, che riceve il viatico, trovandosi in pericolo di morte.

Anche questa volta, però, l'uomo non ottiene alcun risultato. La confessione è segreta, ma il sacerdote accondiscende ugualmente al desiderio del marito, che appare visibilmente emozionato e, nello stesso tempo, più preoccupato di conoscere il peccato commesso dalla moglie che addolorato dalla sua possibile scomparsa.

Donna Santa deve presentarsi davanti al giudizio di Dio con la coscienza tranquilla, ma soprattutto libera da "certi fatti che tolgono per sempre il sonno e l'appetito a un galantuomo" (ivi). La curiosità egoistica dell'uomo viene rivestita di paludamenti religiosi, dal proposito di perdonare, da "buon cristiano" (ivi), quale in effetti non era.

Il sacerdote vuole evidentemente rassicurarlo, con delle parole molto chiare, per cui la donna non solo è "una vera santa" (ivi), ma egli può vantarsene, quasi un invito a far conoscere a tutto il paese la "verità", per porre fine alle maliziose congetture, basandosi sull'autorità del sacramento. Giunto però a questo punto, il processo appare inarrestabile e il dottore, scosso ancora una volta dalle ipotesi contrastanti ("o che realmente sua moglie non avesse nulla da dire, o che anche le sante ci hanno il pelo sullo stomaco", ivi), arriva persino ad immaginare una donna Santa-ser Ciappelletto, che in punto di morte pecca di omissione, portandosi via con sé il suo segreto.

Di qui le due disgiuntive finali, che non lasceranno mai spazio ad una risoluzione unica, visto che la nuda verità non è raggiungibile, ma si mescola strettamente alla finzione e all'apparenza, formando un groviglio inestricabile, posto alla base dei rapporti umani, dei giudizi come dei comportamenti.

Tra gli uomini, il posto della verità viene preso, così, dall'apparenza che sa acquistare forza, che riesce ad imporsi con scaltrezza. In questo viluppo, separare le varie componenti diventa impossibile e la vicenda di donna Santa è profondamente emblematica: fino a che punto è sincera? fino a che punto finge? cosa c'è dietro il suo aborto?

Ognuno crede ciò che vuole e lo stesso marito, che avrebbe potuto aiutarla, è il primo a dubitare di lei, in un continuo crescendo, malgrado i suoi precedenti.

Al di là dell'eventuale colpa personale, il vero "peccato" di donna Santa nasce dal condividere la natura umana, dall'appartenere ad un mondo, qui riflesso nell'ottica riduttiva del paese, visto nella sua accezione più negativa, formato da persone egoiste che fingono di aderire a dei compor­tamenti religiosi e morali, immedesimandosi nella parte, ma che in fondo vedono nel prossimo un nemico.

In questo contesto, il dottor Brocca non può che restare solo con il suo rovello, "quel dubbio amaro, quel sospetto che gli accendeva il sangue a ciascuno che venisse a cercarlo, o soltanto passasse per via, e lo coglieva di soprassalto se fermavasi un quarto d'ora nella farmacia" (ivi).

La tensione di don Erasmo non si placa nel quadro finale, dopo la reazione a caldo, ma si trasforma in un perenne stato di inquietudine, in una incapacità di trovare pace tra i luoghi e le persone di tutti i giorni. La frattura nella sua esistenza resta definitiva, incancellabile, portandogli, per colmo di sventura, "l'inferno in casa" (ivi).

Il dottore "libertino", che non aveva voluto assistere alla predica del liguorino, si ritrova alle prese con un inferno metaforico, ma non meno terribile, tutto terreno. L'inferno della chiesa, insomma, riappare a casa sua, quasi per contrappasso, reso più doloroso dal ritorno ad una penosa normalità.

L'inveterato libero pensatore ha accanto dei figli che potrebbero non essere suoi e una moglie, in via di guarigione, che è destinata a riprendere la solita esistenza, "tutta della casa e del marito, sempre tra preti e confessori” (pag. 813), come se nulla fosse successo. Procedendo a tentoni, nella ricerca di una verità inattingibile, il povero don Erasmo non può che subire.

Egli si congeda dall'opera, in modo significativo, all'interno della farmacia Mondella, un altro luogo abituale, dove misura, ancora una volta, la cesura con il passato. Don Marco Crippa e il farmacista continuano a parlar male dei compaesani, specie dei mariti "disgraziati" (ivi), ma il dottore non può che restare in silenzio o cambiare discorso.

Nel covo dei maldicenti, egli sente più che mai gravare il peso di un "peccato" forse commesso dalla moglie, ma che ora pesa solo su di sé, anche se, in fondo, appartiene a tutti e non è altro che il frutto della malvagia indole umana.

 

 MOMIGLIANO A., Impressioni..., cit., pag. 195.

 MARCHI G.P., cit., pag. 260.

 MARCHI G.P., cit., pag. 255.

 L’ARCO A., cit., pag. 160.

 

 

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