"ATACAMA" DI FILIPPO PIRRO

           

           Nel 2010 tutto il mondo restò con il fiato sospeso, di fronte alla notizia del crollo di una miniera, nel deserto di Atacama, in Cile. In quell’occasione restarono bloccati a quasi 700 metri di profondità ben 33 minatori. Dati per dispersi, in un primo tempo, furono poi, dopo 17 giorni, rintracciati da una sonda, ancora vivi. E’ un primo miracolo, al quale se ne accompagna un secondo, rappresentato dalla loro liberazione, grazie ad una capsula d’acciaio, Phoenix, che riesce a riportare alla luce, uno alla volta, tutti i minatori.

           A questo straordinario evento il garganico Filippo Pirro ha di recente dedicato un poemetto, intitolato “Atacama” (Edizioni Tracce, Pescara, 2011, pp. 90, euro 10). Pirro, nato e residente a San Marco in Lamis, ha al suo attivo numerosi lavori poetici, che gli hanno permesso di vincere alcuni premi nazionali. Oltre a ciò, egli opera anche nel campo artistico e dal 2004 anima, insieme con il figlio, il suggestivo percorso poetico-artistico denominato “Il sentiero dell’Anima”, sito non lontano dall’imponente Dolina Pozzatina. Un felice connubio tra arte e natura, che ospita visite guidate da parte di studenti e curiosi visitatori.

          Dopo i festeggiamenti per la liberazione dei minatori, le vicende avvenute nel deserto di Atacama non sono state dimenticate da Pirro, che, al contrario, le ha interiorizzate e approfondite, ricavando da esse un significato più ampio e profondo, che coinvolge tutti gli uomini. Il male, il peccato, le difficoltà non sono altro che una caduta nel buio, nelle viscere della terra, mentre la salvezza non può che avvenire con il ritorno alla luce del sole, con la risalita. Di qui l’idea di Pirro di dare voce a tutti e 33 i minatori intrappolati nella miniera, dedicando ad ognuno di essi una poesia-acrostico, ossia una lirica in cui le lettere iniziali di ogni verso formano il nome ed il cognome di uno dei lavoratori in questione, seguendo l’ordine della liberazione. L’elenco viene così aperto da Florencio Avalos e chiuso da Luis Urzua.

          E’ una soluzione originale, quella trovata dal poeta garganico, che aggiunge, ogni tre liriche, una sorta di preghiera poetica, ispirandosi alle ore canoniche dei monaci. In questo modo, la storia di questi uomini diventa storia sacra, evento che coinvolge un Dio attento e benigno nei loro confronti, tanto da permettere la loro liberazione, sia pure al termine di un’angosciante attesa.         

L’umanità di questi poveri lavoratori, costretti dal bisogno a sfidare la sorte ogni giorno, calandosi nelle viscere della terra, viene resa con parole semplici e insieme toccanti. Incontriamo, così, l’uomo che abbraccia i suoi figli e la sua amata, quello che fa voto a San Jose di sposarsi, se riuscirà a salvarsi dal crollo della miniera, quello che era stato assunto solo pochi prima (“Sotterrato da due mesi,/ A pensare il passato da ambulante:/ Magri guadagni e vita da randagio,/ Un posto tu volevi, un posto fisso,/ E per un pugno di pesos/ La miniera d’oro e di rame ti sedusse”). Tutti sanno a quali pericoli vanno incontro, ma non hanno altra scelta e non si tirano indietro.

          A variare queste storie, intervengono le preghiere corali, gli inni di ringraziamento, che presentano un’eguale struttura metrica, con quattro distici e tre terzine, a conferma della perizia di Pirro. Sono dei momenti di speranza e di lode che appaiono poeticamente molto felici ed efficaci, riallacciandosi ad un’antica tradizione cristiana. Gli uomini hanno bisogno di una palingenesi, di una conversione, di cambiare vita, ritrovando l’amore per la luce, e questo messaggio culmina nell’ultima preghiera, l’“Hymnus”, scandito da questi versi ricorrenti: “Gridate forte in quest’era di morte:/ Risorgi, umanità, con noi risorti!”.

          Insomma, la liberazione dal buio delle viscere della terra viene additata come un invito a gustare la vita, a riscoprire i veri valori, che portano verso la luce. In questo senso, l’avventura dei 33 minatori cileni diventa un simbolo di trasparente significato.

          Un messaggio, questo, che il disegno rappresentato in copertina, opera dello stesso Pirro, ribadisce con maggiore forza. L’umanità ha la forza e la possibilità di risalire da quel gigantesco buco nero, da quell’aridità desertica che cancella il verde.

          Una poesia, nel complesso, sicuramente originale, nella quale una solida base classica si apre alla proposta di modi e forme più sperimentali, con un risultato felice ed altamente comunicativo.    

          In realtà, leggendo le cronache più recenti, la liberazione non è stata indolore per questi 33 minatori. Solo alcuni sono ritornati al lavoro nella miniera e non pochi soffrono di problemi psicologici, com’è facile immaginare. Ma “Atacama” si ferma, com’è giusto che sia, alla luce della fuoriuscita dal buio e all’offerta di un messaggio di speranza, valido per tutti gli uomini.

 

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