ATTRAVERSO IL GARGANO

(Escursione alla Grotta di Monte Nero)

 

     

         Dalla parte che guarda il Tavoliere di Puglia il Gargano s’erge in tutta la sua imponenza e fierezza: il repentino elevarsi del monte dalla sottostante pianura, la ripidezza generale delle pendici, la tagliente accigliatura della sua cresta, le valli strettissime e gli straripevoli burroni che lo solcano in tutta la sua estensione gli danno un aspetto veramente maestoso e superbo. E quasi ad accrescerne l’asprezza non poco vi contribuiscono i fianchi brulli d’ogni albero od arboscello e solo talora rompono l’uniforme colore bianchiccio della roccia calcarea rari cespugli di rovi o di cardi e macchie di opunzie e di euforbie che ivi crescono spontaneamente fra i crepacci della roccia.

         Indubbiamente a rendere tale l’aspetto del monte ha concorso anche l’inconsiderato disboscamento prodotto dall’ingordigia dell’uomo, così che là dove ora domina lo squallore, altra volta regnava il verde di una lussureggiante vegetazione d’ogni sorta d’alberi. E solo ora stanno a rappresentare le primitive foreste i bellissimi boschi che si estendono da Vico a Peschici, il bosco di Sfilzi, quello d’Umbria, del Fusillo che si prolunga fin quasi a Viesti, formati di olivi, roveri, cerri, faggi, pini, tassi, carrubi, carpini e frassini.

         Ora la stessa mano dell’uomo, quasi resipiscente, come terra dentro un vaso, cerca di accumulare sugli spaldi e sulle spianate delle chine sassose in piccoli campi il terriccio rossastro che si vien formando dalla disgregazione delle rocce e si sforza di renderlo adatto alla coltivazione.

         Ma spesso il misero montanaro alla vigilia del raccolto ha visto in un attimo sfumate le sue speranze, allorché un forte acquazzone devastando ogni cosa ha trascinato a valle il suo poco stabile campicello portando seco e piante e terra.

 

 

Una grotta del Gargano

 

La scarsezza d’ogni vegetazione collegata a fatti geologici molto importanti spiega appunto la mancanza assoluta di acque sorgive da questa parte del monte. Da una parte cioè, la pendenza degli strati verso SE, di guisa che le acque che scorrono tra strato e strato vanno a confondersi colle acque marine verso Manfredonia o colle acque sotterranee della pianura pugliese; dall’altra tutte le enormi buche che abbondano in questa regione eminentemente calcarea. E queste buche sono localmente chiamate grave o vore e poste in fondo alle valli possono considerarsi come gli scolatoi in cui scompariscono le acque piovane o torrenziali.

         Tralasciando di parlare per ora particolarmente di queste grave, che costituiscono sul Gargano i fenomeni del Carso, accenneremo invece ad un alto fenomeno geologico molto importante, che ha una strettissima relazione colle grave, cioè alle grotte, che come le grave abbondano nei terreni calcarei, e spesseggiano specialmente in questa parte occidentale del promontorio. Infatti in un territorio relativamente non molto esteso ne ho potuto notare parecchie e cito qui i nomi per chi avesse voglia di visitarle, non essendo prive di un certo interesse. Esse si trovano quasi tutte nei pressi di Rignano e sono: la grotta dei Miracoli nel bosco della Lama, la grotta delle Murge Primaiole, la grotta di Licandrone presso Iancuglia, la grotta di Galardo, di Palombara presso Pagliccia, la grotta di Capodimonte e di Centopilelle presso Rignano e poi quelli di Monte Nero presso S. Marco in Lamis.

         Ho potuto visitare quasi tutte queste grotte in compagnia di persone pratiche dei luoghi. Esse sono disposte sui fianchi dei monti a delle altezze considerevoli dalle valli e s’annunziano all’esterno con aperture piccole tanto che possono rimaner nascoste dai cespugli e dalla terra e vi si accede malagevolmente calandosi a picco per mezzo di funi o camminando carponi.

         Non è questo il luogo per dilungarmi sull’origine di queste grotte e come esse si siano formate; nello stato in cui oggi si presentano esse debbono rappresentare senz’altro i letti di antichi corsi d’acqua e devono la loro origine all’azione lungamente prolungata dall’acqua di questi corsi, condotta per via d’infiltrazione nelle profondità della terra e obbligata a scavarsi una via, approfittando di tutti i punti di minore resistenza del terreno.

         Il risultato di questo lavoro, tale come ci è dato constatarlo oggi, sorpassa di molto la portata del regime idrografico che prevale attualmente nella stessa regione, e la formazione di queste grotte quindi nelle proporzioni presenti ha certamente richiesto una più grande energia da parte dell’agente adoperato in questo lavoro. Di guisa che bisogna ammettere in un’epoca anteriore alla presente ma non molto lontana, vi sia stato un eccesso notevole di precipitazioni atmosferiche e indubbiamente dei movimenti del suolo proprio ad accrescere per mezzo d’intervalli la forza viva delle acque, facendole agire con una più grande differenza di livello.

         A questa azione bisogna poi aggiungere anche l’azione chimica che ha aiutato il trasporto del calcare non offrente da pertutto la stessa resistenza.

         Formatesi così le grotte e sopravvenuta un’epoca di aridità, è cominciato un nuovo periodo, cioè il rivestimento delle stalattiti per opera delle acque di stillicidio; questo lavoro ha avuto per effetto di consolidare le grotte stesse. Le acque filtrando goccia a goccia attraverso il calcare e rampollando poi all’aria libera mentre passavano alla pressione atmosferica, abbandonavano parte del gas acido carbonico che tenevano disciolto in forza della pressione maggiore e con esso lasciavano pure precipitare il calcare che trasportavano in soluzione in virtù di questo gas.

         Per un processo lungo e continuo di stillicidio si sono così formate tutte quelle concrezioni dette stalattiti se scendono dall’alto e stalagmiti se sorgono dal basso, le quali coll’andare degli anni si sono allungate, congiunte, ed ingrossate da pigliar l’aspetto di grandi colonne.

         Sono queste formazioni appunto che rendono interessante e piacevole la visita di una caverna.

 

 

         Certamente la più bella, la più grande e la più interessante di tutte le grotte del Gargano è quella di Monte Nero.

         Per andarvi, appena usciti da S. Marco, si prende la rotabile che conduce a Rignano: a poca distanza dall’abitato la strada si biforca e noi seguiamo per un tratto la strada che mena a San Giovanni Rotondo. La strada si svolge salendo lentamente tra terreni rocciosi e brulli, mentre S. Marco sparisce ai nostri occhi tutto rinserrato tra molti. A qualche chilometro dal bivio lasciamo la strada provinciale che va a San Giovanni e prendiamo la mulattiera che porta all’antico convento di S. Matteo. Man mano che ci avanziamo salendo, come per incanto sparisce il brullo delle rocce e sfolgora intorno il verde folto della vegetazione; così per sentieri serpeggianti, tra svariatissime scene e tra piccoli campi che l’umana industria ha reso fertilissimi, sotto l’ombra di spessi alberi arriviamo dapprima sull’Eremo.

         Siede il convento a cavaliere d’una montagna alta ben 720 metri, da cui si gode una vista incantevole per la posizione pittoresca in cui è stato costruito e dalla quale si domina tutta la circostante campagna che per bellezza nulla ha da invidiare alle migliori di altre regioni. In queste località il Gargano è molto interessante ed offre un vasto campo all’amatore delle bellezze della natura, sia un artista o naturalista, per le incantevoli scene che si svolgono e per la varietà delle rocce che formano i monti. Quivi abbiamo le varie specie dei rinomati marmi del Gargano, colorati in giallo, in rosa, a struttura compatta e a frattura piana, che raggiungono la potenza di circa un metro e intercalati a guisa di lenti tra i calcari bianchi. Questi marmi avrebbero certamente un avvenire, se fossero ben coltivati e se più facili fossero le vie e i mezzi di trasporto.

         Non meno interessante quivi è la flora: fitti boschi di querce annose, orni, olivastri, nocciuoli, carpini, frassini, elci, cornioli e lentischi mentre il terreno è tutto tappezzato di piante di fragole, ciclamini, zafferano, trifoglio, cicuta, serpillo, melissa, tapsia e felci quasi arboree.

 

 

 

 Giuseppe Checchia Rispoli

    

          Il rimbombare del terreno sotto il calpestio dei cavalli ci avvisa intanto che siamo arrivati alla grotta.

        Si trova questa a circa due miglia dal convento di S. Matteo e poco prima di giungere alla vetta di Monte Nero, che è la seconda circa del Gargano, raggiungendo l’altezza di 1.011 metri.

         La fantasia popolare ha rivestito questa grotta di strane leggende di fantasmi, di spiriti, di mostri spaventosi a cui molti ancora prestano fede erroneamente; v’è poi chi le attribuisce dimensioni addirittura enormi, che sorpassano di molto le reali e chi crede che a un certo punto della caverna scaturisca un corso d’acqua da rendere umanamente impossibile l’avanzarsi. Ma fortunatamente tutta questa roba non esiste che nella fantasia popolare. Noi che colla scorta di persone pratiche del luogo e coll’aiuto di fiaccole al vento l’abbiamo potuto percorrere tutta non le potemmo assegnare che una lunghezza di 150 a 200 metri ed un’altezza massima da 10 a 15 metri.

          In compenso però la grotta è interessante e bella.

         Essa è scavata in un calcare dolomitico, di struttura cristallina, miarolitica, grigio all’interno e giallognola all’esterno, che nei tagli freschi manda un odore di bitume, il quali gli conferisce una tinta bruna, che alla superficie esterna scomparisce per azione ossidante dell’aria. Riguardo all’età di questa dolomia da deduzioni tratta solo dalla stratigrafia, essa si apparterrebbe al terreno cretaceo, senza che per ora le si possa assegnare in modo assoluto un’età, essendo la questione ancora controversa.

         Vi si accede calandosi a stento per mezzo di una buca angusta interamente nascosta tra folti ciuffi di muschi e capelvenere, che ivi abbondano per la grande umidità che vi regna. Per uno sconvolto ammasso di rupi scompigliatamente rotolate e arrotondate vi si discende e si ammirano subito meravigliose formazioni stalattitiche d’ogni sorta, che continuano tuttora a formarsi.

         Man mano che a tentoni ci avanziamo, possiamo osservare che la grotta presenta un ramo principale allargantesi come un imbuto e varï bracci laterali molto più corti con anditi ora stretti ora spaziosi, rivestiti da pertutto di artistiche concrezioni calcaree assumenti le forme più eleganti e più bizzarre. Stalattiti che pendono dall’alto in forma di coni rovesciati; stalagmiti che sorgono dal basso in forma di piccoli obelischi; alcuni sono per incontrarsi coi loro vertici, altri si sono già toccati e fusi insieme in guisa da formare vere colonne di alabastro; e altrove capricciosi panneggiamenti e tendine che scendono sulle pareti ornando bizzarramente le ampie sale.

         Tutto questo complesso di bello e di fantastico insieme prende un aspetto veramente attraente man mano che le fiaccole vanno scoprendo le cupe ombre di quegli antri, mentre si resta perplessi e attoniti nell’ammirare tutto quell’immenso lavorio lento ma continuo della natura.

         Sansevero, Agosto 1901

          GIUSEPPE CHECCHIA (RISPOLI)

 

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