C’ERA UNA VOLTA…SAN SEVERO” DI DINO ORSI

UN LIBRO PER NON DIMENTICARE IL PASSATO

 

QUANDO ERAVAMO CONTADINI

E’ stato da poco pubblicato il volume “C’era una volta…San Severo”, a cura del Rotary Club della nostra città (Gerni Editori, 2004, pp. 222, euro 12). L’opera, che è stata ufficialmente presentata nel corso di una riuscita manifestazione, tenutasi nell’Auditorium del Teatro Comunale, racchiude l’intera produzione del compianto notaio, a due anni dalla sua scomparsa.

        Era, evidentemente, il modo migliore per ricordare la sua figura di professionista scrupoloso ed integerrimo, da una parte, di attento e singolare rievocatore di una San Severo ormai completamente scomparsa, dall’altro.

        Nato nel 1930, Orsi aveva esercitando la professione notarile per molti anni, fino al pensionamento, agli inizi del 2002. Purtroppo, pochi mesi dopo, un tragico evento ha privato la sua famiglia e la collettività della sua competenza, della sua disponibilità e dei suoi attenti contribuiti culturali.

Che fosse un personaggio ragguardevole, del resto, avevamo avuto modo di verificarlo anche noi, in varie occasioni. Per questo motivo, non ci siamo meravigliati nell’apprendere dell’iniziativa portata avanti dal Rotary Club, che ha coinvolto due presidenti del club di servizio, quello dell’anno scorso, Ferdinando Cicolella, e quello attuale, Grazioso Piccaluga. Un lavoro di squadra, il loro, per ricordare un rotariano di vecchia data, quale appunto Dino Orsi. 

        Il notaio aveva a più riprese pubblicato, sul “Corriere di San Severo”, degli scritti a puntate su diversi argomenti. Il più famoso di questi era sicuramente “C’era una volta la cantina”, già apparso anche in volumetto, con la prefazione di Nino Casiglio. Ma l’elenco si era allungato e i giornali, si sa, sono molto meno pratici rispetto ad un libro. Di qui il volume, per i tipi della Gerni di Alfio Nicotra, che ha dato una veste molto elegante al volume, arricchito da numerose foto d’epoca, provenienti dagli archivi iconografici di alcuni nostri concittadini, come Luigi Biccari, Matteo Vorrasio e Carlo Cataneo.

        Nelle pagine introduttive troviamo anche una “Riflessione” della vedova, prof. Dina Contò Orsi, una “Prefazione”, a cura del notaio Francesco Paolo Lops, e una ”Introduzione”, a firma del prof. Pasquale Corsi.

        Gli scritti del notaio Orsi sono per la precisione (e questa è una parola chiave, visto l’autore di cui ci stiamo occupando!), sette. In fondo, si tratta di una eredità culturale e morale, trasmessa alle giovani generazioni, che ignorano quanto fosse diverso il mondo qualche decennio fa, prima che venisse distrutta la millenaria civiltà contadina e si affermasse una nuova città, sempre meno contadina e sempre più basata sul terziario.

        La grande frattura provoca, nella seconda metà degli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta, l’emigrazione di migliaia di sanseveresi, che si trasformano in operai nel triangolo industriale del Nord o in altre nazioni. L’impatto è fortissimo anche su quelli che restano, sempre più in balia di eventi che si rincorrono ad una velocità incredibile. Nasce una società insieme migliore e peggiore rispetto a quella precedente, più ricca di beni ma anche più povera di valori.

DAGLI ANNI QUARANTA IN POI

Non sta a noi, ovviamente, dilungarci su questi concetti; ci basta sapere che Orsi inizia a “registrare” i cambiamenti a partire dagli anni Quaranta, quando era un ragazzetto, passando attraverso la seconda guerra mondiale, l’epopea della cantina, del cinema, dei forni, i complessi riti di fidanzamento e di matrimonio, fino a tracciare un consuntivo ideale, contenuto nelle ultime pagine.

         Il notaio parte sempre dalla propria esperienza personale, aggiungendo alle descrizioni una precisione che è stato fin troppo facile legare alla sua professione di notaio, alla cura con la quale si interessava di problematiche fondamentali nella vita delle persone, come l’acquisto di una casa o le disposizioni testamentarie.

        Esemplare, in questo senso, è “C’era una volta la cantina”, che, anzi, talvolta è persino troppo analitico, nella ricostruzione di una realtà sconosciuta anche a chi, come lo scrivente, non è più un giovanotto. Noi della cantina ricordiamo ancora le lunghe file di carri e carretti davanti a decine e decine di stabilimenti vinicoli; era un evento che coinvolgeva l’intera città, ma noi eravamo già fuori da questa realtà, che invece coinvolgeva i nostri parenti. Una differenza emblematica, che è aumentata nei decenni. Per fortuna, però, ci restano le pagine di Orsi, che documentano le fasi di un’attività fondamentale per la nostra San Severo, città del vino (per quanto sfuso e da taglio…), per antonomasia, almeno in passato.

        Tra gli scritti di Orsi riveste una particolare importanza anche “Cinema, primo amore”, attenta ricostruzione dell’epopea dei locali cinematografici, ben nove, esistenti a San Severo, dall’Ideal al Marchitto, tutti frequentatissimi. Una mappa che ha impedito la scomparsa della memoria, come sempre avviene quando le parole restano non vengono fissate sulla carta (ma l’”Appendice” finale ci sembra fuori luogo, oltre che non opera del notaio).

E’ bello anche il mosaico composto in “Ieri sposi”, mentre forse la parte più poeticamente ispirata è quella di “Profumo di forno”, che segue il filo rosso di una fragranza che si porta con sé, proustianamente, la fanciullezza ed il passato. Un’aura poetica che è meno presente in “A che gioco giochiamo?”, che però può avere degli intuibili utilizzi didattici, visto l’argomento.

Orsi sa farsi seguire, il suo stile è chiaro e preciso, mentre la sua attenzione batte sulla vita materiale, concreta, lasciando da parte ogni fumo ideologico, aspetto, questo, che rende le sue pagine quanto mai gradite. Il mondo è questo, sembra dirci il notaio, e cambiarlo radicalmente è pericoloso, come dimostra, coltivando il gusto del paradosso, nelle pagine di “Non tutto il male viene per nuocere”, in cui si afferma che, in fondo, “il male fa vivere tanta gente, è componente essenziale della vita”, e il vero trucco, più che “eliminare il male”, è contenerlo, facendo sempre in modo che “la proporzione tra il bene e il male si mantenga possibilmente con un notevole vantaggio del primo rispetto al secondo”.

        Ma questi pensieri vanno letti con calma, come, del resto, tutte le pagine che formano “C’era una volta…San Severo”, un’eredità da conservare a beneficio della San Severo che “c’è” e “ci sarà”.

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